Quando la presidente dell’Archeo-club, Lucia Bertoglio, e l’infaticabile Ambra Cenci mi hanno rivolto l’invito a partecipare a questo incontro, ho avuto qualche titubanza. Ormai il mio allontanamento da tutto ciò che si muove intorno al costume è di diversi anni e, come si suol dire, memoria latet. I miei interessi attuali e il mio studio sono rivolti verso un soggetto ffascinante e coinvolgente, ma molto lontano da questo che viene proposto. Il richiamo, tuttavia è stato irresistibile ed eccomi per quello che saprò dire, dopo aver ringraziato la presidente, la conduttrice e tutti coloro che avranno la pazienza di ascoltare.

Mi soffermo a riflettere sul titolo, lusinghiero per quei capricci accostati al termine, desueto e dotto, vestimenti (una vaga reminiscenza dannunziana

piove sulle nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,

 su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

t’illuse, che oggi m’illude,

o Ermione.)

il titolo, dicevo, è ricco di contenuti per il lungo viaggio di ben cinque secoli proposto da Daniele. Attraverso la sua splendida produzione esposta in questa Mostra, egli ci costringe a “vedere” e ad “assaporare” i cento volti della Moda e, se la parola vestimenti dà un non so che di nobile, la parola Capricci coglie bene quel senso di continua instabilità degli schemi stilistici che hanno la caratteristica di proporsi, di innovarsi continuamente, obbedendo anche ad impulsi prettamente umani.

Dagli anni ’80 anche lo studio della Moda entra nel sacro recinto della scienza e si comincia a definire la Moda come un sistema di segni ed è interessante proporre all’attenzione una pubblicazione del 1995, della quale i titoli già preannunziano l’impostazione di studio e l’atteggiamento nei confronti della Moda:

  • Moda: Regole e rappresentazioni. Il cambiamento, il sistema, la comunicazione. A cura di Roberto Grandi

Il libro fa parte di una collana, la cui intestazione è Impresa, comunicazione, mercato. Diviso in tre parti, sviluppa

nella prima parte: Moda e cambiamento sociale;

nella seconda: Il sistema Moda;

nella terza: La comunicazione di Moda.

Ancora un particolare. Il primo capitolo della prima parte recita:

“Il capriccio e la necessità: moda, politica e cambiamento.”

Dei capricci il mercato si impadronisce per riproporli con moduli accattivanti, e questo scambio è avvenuto ed avviene da sempre. Quindi I capricci della moda tanto capricci non sono, considerando il peso e la valenza che da sempre la Moda ha nel contesto umano, e l’affermazione: Moda Instrumentum regni, trova la sua veridicità se si guardano i quadri che raffigurano i regnanti europei (la Regina Elisabetta) o se si rivolge l’attenzione alle corti delle signorie italiane: Mantova, Ferrara, Firenze … Non a caso mi sono soffermata su questo libro.

Gli interventi precedenti hanno avuto come soggetto da parte di Emanuela Cecconelli: I  gioielli dipinti negli affreschi di Palazzo Trinci; Lucia Bertoglio: Raccontare l’abbigliamento: le testimonianze d’Archivio; Arianna Duranti: Il costume rinascimentale e la condizione femminile.

Memore di studi fatti da me in tempi ormai lontani su quello che si denomina M.I. C., Messaggio Integrato di Comunicazione, la qualità stessa della Mostra ha suggerito la natura del mio intervento: tentare di far vedere il costume come un sistema di segni in modo leggero e rapido, senza soffermarci troppo nei dettagli, perché è la stessa esposizione che invita noi tutti a guardare da vicino e in un certo modo i preziosi manufatti.

IL SISTEMA DELLA MODA (Roland Barthes 1957-1963) Barthes identifica tre insiemi e dei “commutatori” per il passaggio dall’uno all’altro:

  1. VESTITO REALE (struttura tecnologica) >Commutatori ( da 1 a 2) > il modello (cfr. il cartamodello…)
  2. VESTITO IMMAGINE (struttura iconica = alla Moda, parole saussuriana, Messaggio) 2 > Commutatori (da 2 a 3) > la ricetta o programma di cucitura
  3. VESTITO SCRITTO (struttura verbale = La Moda, Langue saussuriana, Codice) > Commutatori > gli anaforici (elementi di rinvio interni al messaggio) che permettono di passare deal vestito scritto al vestito immagine (da 2 a 3) Prendiamo un tailleur in tweed: In quanto indossato, costituisce un vestito reale. Il “modello” permetterà di passare al disegno di moda o alla foto. Ma sarà una “ricetta” a condurci al vestito scritto: “Tailleur in tweed sopra il ginocchio per il week-end”.

Questo libro riunisce (1957-1963) per la prima volta tutti i testi (saggi, articoli, recensioni, digressioni, frammenti, interviste) nei quali Barthes affronta un tema e un problema centrali della vita sociale contemporanea: il multiforme e poliglotta universo semantico vestimentario, che si forma e si riforma senza sosta nel momento in cui l’abito incontra il corpo, vestendolo e rivestendolo costituendolo come truttura di senso e, perciò, oggetto del desiderio.

Ma come si guarda un costume?

Quali possono essere i parametri o le chiavi di lettura per saper “leggere” un costume?

Premesso che non c’è presunzione di voler dare ammaestramenti o di voler dare un carattere didattico a questo incontro, i due interrogativi si compenetrano nella loro essenza e vogliono essere una riflessione ed un valico per introdurci anche all’interno di un costume compiendo rapidamente un vero e proprio piccolo viaggio intorno ad esso. E questo perché un costume è un forma di comunicazione e, come tale, ha una struttura ripartita nel mittente che elabora, conforma il messaggio, e in un destinatario che lo decodifica e lo connota secondo i diversi livelli di senso. Attività che tutti noi pratichiamo, pur non sapendo di praticarla. Il sarto è il mittente che ha prodotto il costume-messaggio e noi che lo recepiamo siamo i destinatari. Funzioni linguistiche: referenziale, conativa, fatica, metalinguistica, emotiva, poetica. (Jackobson).

In questo viaggio – è un’occasione straordinaria – ci è consentito di ammirare in modo diretto, senza interferenze, e vedremo quali sono, la creazione del sarto, dei suoi vestimenti che preferisco chiamare costumi, perché ne amplio la portata e i valori. Ma in realtà, a ben pensarci, tra film, spettacoli teatrali, rievocazioni più o meno storiche o storicizzanti, il nostro quotidiano è spesso e volentieri, in modo disparato, a contatto con un abbigliamento diverso dal nostro, specialmente in occasioni rievocative alle quali si partecipa o come spettatori o perché legati in un qualche modo all’organizzazione dell’evento. Teniamo presente l’osservazione di Roland Barthes, statico è il manichino, dinamico è il figurante e in questo contesto il costume indossato acquisisce vivacità e movimento e l’impatto visivo, la recezione e la lettura del messaggio ha canali di interferenza ben precisi. Lasciamo per un momento la Mostra di Daniele e

Poniamo, quindi, di essere partecipi come spettatori di una manifestazione. L’impatto visivo può variare da persona a persona, e si può quasi farne una gradualità.

  1. Chi guarda cosa vede;
  2. Chi guarda cosa vuol vedere;
  3. Chi guarda cosa sa di voler e poter vedere.

 

1. Chi guarda cosa vede

Trattandosi di un costume indossato, e diamo per scontato il riferimento temporale e quindi se quattrocentesco, cinquecentesco… l’impatto visivo può portare ad una valutazione, altresì istintiva, dell’insieme che è costituito anche dalla prestanza fisica del figurante e questo impatto emozionale si esplicita in un giudizio che è sintetizzato e che è espresso in parole come: bello/brutto, a secondo dei casi, il tutto seguito da un altro termine, il cui significato è abbastanza intuitivo, che ci rimanda addirittura a Baldesar Castiglione: il portamento.

Apriamo una parentisi. La vita di corte aveva codici di comportamento ben precisi e il vestimento era rivelatore di uno status sociale. Nel suo trattato Il libro del Cortegiano, pubblicato nel 1528, l’autore, tra l’altro, dice: debba il Cortigiano fra se stesso deliberar ciò che vol parere e di quella sorte che desidera esser stimato, della medesima vestirsi e far che gli abiti lo aiutino a esser tenuto per tale ancor da quello che non l’odono parlare , né veggon fare operazione alcuna …

Al di là dello stato fisico del figurante, al di là della perfezione sartoriale, fondamentale in un costume serio, o perfino nella sua non perfezione, anche da parte di non esperti in materia, si può giungere ad una forma di valutazione che coglie la capacità del figurante di dar vita ad un costume “portandolo”: in sostanza anche il non esperto può percepire la simbiosi che si innesta tra un corpo e l’abito, quando e se si innesta, ovvero far combinare e far vivere quel modulo sartoriale con la propria sensibilità, sarebbe a dire immedesimarsi nel personaggio rappresentato. Di qui la grande responsabilità di coloro che indossando un costume, partecipano ad una rievocazione.

Il dibattito sul saper portare, un abito, sulle buone maniere, sul contegno da tenere in pubblico è vivace nelle corti e numerosi sono i testi che a forma di dialogo discutono sull’argomento. Oltre a quanto già citato riporto una battuta tratta dal Raffaella. Dialogo della bella creanza (1540) di Alessandro Piccolomini: SE UNA GIOVINE HAVESSE UNA VESTE FATTA CON BELLA FOGGIA, E CON COLORI BEN DIVISATI, E RICCA, E COMODA, E NON SAPESSA DAPPOI TENERLA INDOSSO, NON HAVREBBE FATTO NIENTE. 

Tornando al nostro argomento, qualunque persona, pur non avendo competenze specifiche, in modo istintivo è in grado di accostarsi al costume (specie se indossato) per darne una lettura percependone il messaggio. Sottolineo in modo istintivo, il che significa che la lettura del messaggio rimane in senso limitata, ma pur sempre valida, perché non è corredata da competenze e da cognizioni specifiche. EMOTIVO.

Per fare un banale esempio. Una partita di calcio si vede e si partecipa emotivamente, ma chi è indottrinato di cognizioni tecniche, la vedrà con occhi diversi e sa quello che vede.

Baldesar Castiglione (Casatico, 6 dicembre 1478 – Toledo, 8 febbraio 1529) è stato un umanista, letterato, diplomatico e militare. 1528.

Alessandro Piccolomini. (Siena 1508-78) letterato italiano. Accademico degli Intronati col nome di Stordito, fu lo scrittore e drammaturgo di maggior prestigio dell’aristocratico sodalizio senese. 1540.

2. Chi guarda cosa vuol vedere

Se chi indossa il costume ha un qualche vincolo sentimentale, affettivo o rionale, con chi lo guarda, la lettura del messaggio è corredata anche da questo legame e chi guarda innesta alla credibilità dell’abito anche l’emotività di ravvisare in esso il sembiante della persona con la quale ha un legame. In certo senso, il suo giudizio è compromesso da queste interferenze.

3. Chi guarda cosa sa di voler e poter vedere

Se chi guarda è fornito di cognizioni storiche e sartoriali, l’impatto visivo non è solo emozionale, ma è di competenza e ricco di cognizioni precise e sa vedere anche la COSTRUZIONE del costume all’interno, quelle parti che non si vedono. Infine, se si è a conoscenza del sistema di segni e si è in grado di applicarli nella lettura del messaggio, la valutazione è precisa e circostanziata e il messaggio può essere percepito nella sua interezza.

In realtà tutti noi applichiamo in processo di decodificazione e connotazione, che sono collegati alla comunicazione. Nel caso specifico Il destinatario riconosce le strutture fondamentali del costume, ma è anche in grado di riportarle alla situazione storico/politica, alla produzione tessile e manifatturiera e così via secondo quelli che si chiamano tutti i livelli di senso. A sua volta, il mittente ha prodotto il messaggio, ma il mittente è collegato con il suo tempo che trasmette con certe strutture. Nel periodo della Controriforma la produzione vestimentaria obbedisce alle regole di austerità e di rigore (trionfo della moda ispanica) non venendo meno al lusso e allo sfarzo che doveva comunicare la potenza; la moda francese diviene più libera, meno costrittiva nelle linee, ma vuol sempre comunicare la potenza politica e sovrana.

E alla domanda come si guarda un costume…

…che ho posto inizialmente rispondo che, stabilito che la godibilità istintiva non è assolutamente preclusa e che si può anche giungere a valutazioni più che accettabili, non si può ignorare che colui che possiede nozioni e competenze specifiche sa come vedere il costume e come leggerne il messaggio. Stabiliti i parametri relativi ad una situazione particolare, esaminare un abito diverso dalla nostra quotidianità, deve essere chiaro che in un qualunque momento della nostra vita e in qualunque circostanza noi siamo mittenti, destinatari e messaggi perché tutti siamo inseriti in un sistema di segni. Livello emozionale- Livello referenziale.

Costume, vestimento, corpo

Con l’abito che copre-protegge-riveste il Corpo si viene ad esprimere un messaggio? La risposta è indubbiamente ffermativa, e ci fa scoprire che questo messaggio filtra attraverso il contesto da cui proviene e in cui si muove, e le sue componenti ci fanno risalire alla civiltà di quello stesso contesto e ci trasferiscono alle sue costituenti concrete, in poche parole, alla sua realtà storica. Un abito è sempre collegabile alla situazione politica, economica, sociale e religiosa e di essa è rivelatore, è rivelatore dell’appartenenza ad un tempo specifico, ad un ceto sociale, alla produzione economica alle abilità tecnico sartoriali.

Un esempio attuale: l’abito e gli accessori griffati sono rivelatori, oltre che di un mercato, anche di uno status sociale che si possiede (avere) o che si vuole dimostrare di avere pur non possedendolo (essere); pensiamo alla funzione del copricapo o del velo che copre la testa … un chiaro segnale di appartenenza o ad un ceto sociale o ad una religione.

Nel binomio abito/corpo concorrono le funzioni del coprire, proteggere, ornare esaltare, abbiamo detto, e queste funzioni passano nel filtro della storia politica, sociale economica ed anche religiosa. La Storia si materializza in eventi/luoghi/persone ed ogni epoca ha avuto il suo modo di rendere concreto il rapporto abito/corpo, specialmente quando questo binomio doveva esprimere una forma di supremazia o qualcos’altro …

Il corpo e la trasmissione del Messaggio. 

Tra il corpo e l’abito. Il corpo serve all’abito, per il mondo occidentale.
L’abito serve al corpo: la fluidità dell’abbigliamento islamico, la sua adattabilità alle forme corporee si contrappongonoa certa moda occidentale.

Iniziamo il nostro viaggio provando ad entrare nel sacro recinto del vestimento.

Diverse sono le strutture e le persone, ruotano intorno al costume. Per usare il linguaggio del sistema di comunicazione, ci potremmo chiedere quanti sono e chi sono i mittenti del costume. I personaggi si affollano e li nominiamo rapidamente per avere l’idea della complessità del meccanismo che si mette in movimento quando si deve realizzare un costume e, fatte salve le differenze, il meccanismo funziona tuttora anche per la moda attuale, sostituendo il termine costumista con lo stilista e mettendo a monte il marketing e la catena di produzione. A monte mettiamo lo storico della moda, o meglio, lo storico del costume.

C’è una differenza tra i due. Questa è una disciplina abbastanza giovane, in tempi recenti si è sviluppato l’interesse per una conoscenza scientifica della moda attuale; lo storico del costume è legato all’abbigliamento del passato; ma tutto ciò non va preso come demarcazione assoluta.
Accanto allo storico del costume ha forza il costumista, e subito, compresenza essenziale: il sarto con i suoi collaboratori.

Ma tra i personaggi nominiamo anche

  • i tessitori e tintori;
  • gli operatori di materie prime (lana, seta, cotone);
  • i ricamatori;
  • i bustai;
  • i calzettieri;
  • i calzolai
  • le merlettaie;
  • i pellicciai;
  • gli orafi;
  • i parrucchieri …

Ognuno svolge un compito ben finalizzato. Mentre lo storico della moda e del costume, determina ed assegna al giusto posto i diversi stili, collegandoli con la storia della civiltà, intesa in senso globale, il costumista e il sarto con la sua manualità fanno vivere in modo concreto il manufatto. Non è possibile realizzare un costume serio se non si possiedono precise cognizioni tecniche e storiche, e i costumi di Daniele esposti in questa Mostra sono il compendio di cognizioni tecniche e storiche. Ciò non toglie che ci si improvvisi sarti e costumisti e si operi secondo quello che si sa o che si può fare, con i risultati che ne conseguono.

Le fonti. I testi/manuali per il sarto

Fin da secolo XVI si stampano libri con cognizioni tecniche ad uso del Sarto. Debbo ricordare uno dei primi libri in Spagna che si preoccupa di dare precise indicazioni tecniche sul taglio degli abiti, maschili e femminili. 

Si tratta del libro dello spagnolo Joan de Alcega, Libro sulla geometria, pratica e Patterns, stampato con licenza del sovrano a Madrid nel 1580. Diviso in tre parti, nella prima viene svolto il problema delle misurazioni del tessuto per evitare sprechi o penuria nell’operazione in atto. Nella seconda parte egli presenta modelli per fare vestiti per uomo o donna, per il clero, abiti militari, per Giostre; Nella terza parte specifica la quantità di tessuto necessario per la produzione di ogni capo di abbigliamento, utilizzando tabelle che combinano tre possibili lunghezze delle voci e 14 possibili larghezze dei tessuti che possono essere utilizzati.

Non posso non ricordare un altro libro. Ci trasferiamo a Milano. Siamo nel pieno Cinquecento e in pieno dominio spagnolo. In occasione dell’entrata a Milano di Filippo, figlio di Carlo V, 1548. Il sarto Ioanne Iacomo per una famiglia nobile disegna una serie di figurini acquerellati per una serie molto variegata di personaggi. Sono raccolti anche i bozzetti dei costumi carnevaleschi, padiglioni, bandiere, personaggi mitologici e carnevaleschi, non tutti della stessa mano. Una vera enciclopedia e non solo della moda. La parte scritta accompagna talvolta i figurini. A questo codice è stato dato il titolo Il libro del Sarto. E’ conservato nella Biblioteca della Fondazione Querini Stampalia di Venezia. Fu lo storico dell’arte austriaco Fritz Saxl, nel 1936 in un suo saggio, a sottolinearne l’importanza, pienamente riconosciuta quasi cinquanta anni dopo, quando fu pubblicato con altri saggi di accompagnamento, con una fedeltà incredibile all’originale. 

In tempi più recenti la Janet Arnold dal 1964 si è dedicata alla ricostruzione sartoriale dei diversi moduli vestimentari, attingendo la testimonianza diretta anche dagli abiti reperiti nei sepolcri. 

A proposito del reperimento di abiti dalle tombe di famiglia ricordo che a Spoleto, durante i lavori di restauro e di consolidamento della chiesa di San Simone, da un loculo contenuto in un arcosolio di cui si ignorava l’esistenza, vennero alla luce frammenti vestimentari, che sotto la guida di Lucia Portoghesi furono restaurati. Si tratta di una cuffia e di un vestito di un conte Bonavisa, un giuppone, brache e calze. La pubblicazione che riporta la notizia è Il costume e l’immagine pittorica nel Seicento umbro. Anno 1984. 

Ma un’operazione veramente grandiosa avvenne a Firenze, quando nel 1993, dopo dieci anni di lavoro, furono presentati al pubblico, gli abiti di Cosimo i de’ Medici, di sua moglie Eleonora e del figlio, don Garcia. Una splendida pubblicazione narra tutta la vicenda, attraverso i saggi di ottimi esperti, tra i quali la Janet Arnold, che svolgeva un lavoro analogo. Lasciamo parlare le immagini. 

Isabella d’Este Gonzaga (1474 -1539)

Una curiosità.

La Marchesana, ovvero la bellissima Isabella d’Este Gonzaga (1474-1539). fu una delle donne più autorevoli del Rinascimento e del mondo culturale italiano del suo tempo.
Fu mecenate delle arti, nonché ”Leader della moda, il cui innovativo stile di vestire venne copiato da donne in tutta Italia e alla corte francese. Il poeta Ludovico Ariosto la etichettò come “Isabella liberale e magnanima”, mentre Matteo Bandello la descrisse come essere stata “suprema tra le donne”. Il diplomatico Niccolò da Correggio andò anche oltre, salutandola come “La first lady del mondo”.
Fu reggente del marchesato di Mantova durante l’assenza del marito, Francesco II Gonzaga e per conto del figlio minore, Federico, quinto marchese e futuro duca di Mantova. Nel 1500 incontrò il re di Francia Luigi XII a Milano in missione diplomatica per convincerlo a non inviare le sue truppe contro Mantova.
Fu una prolifica scrittrice di lettere, e mantenne una corrispondenza per tutta la vita con la cognata Elisabetta Gonzaga. Lucrezia Borgia fu un’altra cognata; lei più tardi divenne l’amante del marito di Isabella.
Francesco I di Francia, tramite il proprio ambasciatore le chiede di inviare: una puva vestita a la fogia che va da lei di camisa, di maniche, de veste de sotto e di sopra, et de abiliamenti et de aconciatura de testa et de li capilli (…) perché sua maestà designa far fare alcuni di quegli habiti per donare a donne di Franza.

Giovanni Torriani (1500 -1585)

Giovanni Torriani, orologiaio, matematico e inventore. Accolito di Carlo V. Costruì per il sovrano un orologio astronomico con 2000 ruote dentate. Crea automi meccanici e invenzioni geniali legate al mondo dell’idraulica.

Costruisce la prima macchina fresatrice … Con due macchine in grado di convogliare quasi 40.mila litri di acqua al giorno solleva di 100 metri le acque del Tago fino alla sommità dell’Alcazar di Toledo. 

Mostra a Cremona chiusa il 20 gennaio di questo anno.

Esistevano manichini che davano la possibilità i trasmettere la Moda anche a lunghe distanze. Nel saggio citato del Fritz Saxl vengono riportate due immagini ed una notizia che riporto.   Un ingegnere lombardo, Giovanni Torriano da Cremona, costruiva bambole meccaniche

Il sarto

Foligno, 1507, novembre 13-14.
Tra le rubriche ancora la condanna per gli artigiani

[…] l’artisani sonno la principal causa de tanti sforgiamenti et pazze et damnose, impertano nisiuno sarto né sartrice né calzolari né orifici ….sia contro li presenti capituli sotto la pena de ducati IIII d’oro per la qual sia stracciato de ogni offitio al qual fusse tracto et reputato infame in ogni suo commodo et maxime in ogni iudicio e corte …

In Italia è stata una professione che ha segnato la storia del costume e della moda anche per le particolari modalità con cui si è sviluppata nelle corti sia dei sovrani che delle signorie. C’è da chiedersi chi fosse il creatore delle fogge così particolari, in ogni caso è un personaggio insopprimibile nella storia dell’abbigliamento, la cui attività ssenziale, ma abbastanza anonima nel passato, salvo eccezioni, in tempi più vicini ha la sua rivalsa.

Ricordo brevemente il sarto di Ulm, Albrecht Ludwig Berblinger, Ulm 1770-Ulm 1829, per il suo sogno di volare, considerato inventore e pioniere dell’aviazione tedesca.

Paul Poiret, (Parigi, 20 aprile 1879 – Parigi, 30 aprile 1944) è stato uno stilista francese. È considerato il primo creatore di moda in senso moderno. I suoi contributi alla moda del ventesimo secolo sono stati paragonati a quelli di Picasso al mondo dell’arte.

Alexandre Jean Patou ,(Parigi, 27 settembre 1887 – Parigi, 8 marzo 1936) è stato uno stilista e profumiere francese, fondatore della casa di moda che porta il suo nome.

Ma se vogliamo sapere notizie legate al passato, dobbiamo sfogliare le pagine di un libro veramente eccezionale: Piazza Universale di tutte le professioni del mondo, Venezia 1585.   L’autore è Tommaso Garzoni, nato ad Ottaviano (Bagnacavallo, 1549 – 1589.

Garzoni che raccoglie informazioni su tutte le professioni del mondo. L’eclettica opera di Garzoni conobbe un vasto successo europeo (numerose furono le traduzioni e ristampe), al punto da consacrarlo tra gli autori italiani di maggior voga del tardo Cinquecento. Oggi – dopo un lungo oblio – Garzoni viene nuovamente scoperto e analizzato dalla critica. In cento cinquanta Discorsi, l’autore illustra, facendo riferimenti alle fonti da cui trae le notizie, tutte le attività umane di cui si aveva conoscenza e tra questa, non manca il Sarto.

Nel discorso CXX, intitolato De’ Sartori, Il Garzoni dimostra di conoscere tutte le qualità di questo artigiano, che espone con entusiamo e competenza…

Se homo da bene si trova al mondo questi è il Sartore, perchè nonbeve il sangue d’altri … essendo cosa chiara che quando si punge le dita nel cucire, succhia il proprio. Il sarto di G. B. Moroni      

Annamaria Rodante